
I PONTI ROMANI
TRAIANVS ©
2004
Publicado en:
Elementos de Ingeniería Romana
Libro de ponencias
Congreso Europeo "Las Obras Públicas Romanas"
Tarragona, noviembre de 2004
Se l'architettura, in ultima analisi, è la continua invenzione dell'abitare,
cioè di porsi sulla terra e di vivere e pensare, i ponti, in particolare,
mostrano di essere una continua invenzione del collegare, anche se
anch'essi rientrano nella sfera del nostro abitare.
In realtà nessuna struttura architettonica ha avuto nella storia umana
l'importanza del ponte nell'unire e mettere in comunicazione fra loro popoli
e civiltà: senza ponti le nazioni sarebbero separate, le città divise, i
villaggi dispersi; al contrario, con i ponti l'unione è garantita, i
contatti umani si sviluppano, i traffici commerciali sono facilitati. Anzi è
proprio il ponte che ha creato le condizioni per cui semplici villaggi di
pastori o pescatori sono divenuti città o capitali di grandi nazioni: Roma,
Parigi, Venezia, Verona, Firenze, Mérida, Magonza, Colonia, Londra e tante
altre città d'Europa e del mondo abitato sono centri urbani 'nati dal ponte'
(o comunque da una struttura di attraversamento di un corso d'acqua) e la
loro storia trova sostanziale alimento proprio nelle vicende del ponte
stesso [1].
Ora fra tutte le città e i popoli civili, nessuno ha sentito come Roma,
'città nata dal ponte', la necessità di fare di diverse nazioni un'unica
patria. Essa ha offerto ai popoli vinti la civiltà, il diritto, collegando
regioni e città del mondo antico con una fitta rete stradale, espressione
tangibile del processo di urbanizzazione e di romanizzazione del suo immenso
impero: gangli vitali di questo grandioso progetto furono i ponti urbani e
stradali, ora di barche o navi, ora di legno, ora di muratura, ora 'misti' (cioè
con 'sottostruttura' di muratura e 'soprastruttura' di legno), talvolta su
grandi fiumi, spesso su medi o piccoli corsi d'acqua, in un variare di
materiali, situazioni e tipi, egregiamente realizzati da sperimentati
architetti talora di grande valore (quali Apollodoros di Damasco o
Gaius Iulius Lacer), ovvero costruiti da una manodopera civile e
militare di grande mestiere e prestigio, sicché per loro mezzo ogni terra
del mondo mediterraneo fu intimamente stretta al cuore dell'impero, cioè
alla città di Roma, lungo un'estensione territoriale che va dalla Scozia in
Gran Bretagna fino al deserto del Sahara in Africa, o dalla sponda atlantica
fino alla Mesopotamia [2].
Una così articolata varietà di realizzazioni architettoniche e di siti
d'impianto è stata da noi affrontata sotto ogni profilo. Il ponte, infatti,
per essere compreso nella sua intima realtà, deve essere analizzato nella
sua globalità, sia sotto il profilo costruttivo e architettonico, sia come
'macchina edilizia' di grande rilievo urbanistico e infrastrutturale, sia
come luogo privilegiato dell'abitare, sia come simbolo del vivere e del
pensare: così, momento tecnico-edilizio, sito d'impianto, destinazione
d'uso, significato 'sacro', ideologico, filosofico, simbolico e
propagandistico, devono dialetticamente commisurarsi fra loro.
Per raggiungere un tale scopo abbiamo preso in considerazione le più
significative esperienze preromane (soprattutto orientali e greche); quindi
si è indagata la storia di tutti i ponti romani (dall'età antica fino ai
giorni nostri sottolineando l'eccezionale modernità dei ponti tardoantichi
orientali o protobizantini); poi si è passati alla vera e propria analisi
architettonica e tipologica dei ponti prendendo in considerazione sia la
loro 'vita di cantiere' (dal progetto al collaudo d'accettazione), sia la
loro 'vita funzionale' (manutenzione, crolli, restauri, riusi e modifiche
varie), mettendo in evidenza le loro caratteristiche tecnico-costruttive, le
loro decorazioni o superfetazioni e la loro tipologia; infine si è cercato
di mettere in luce il loro significato di luogo-simbolo unificante,
mostrando come tale artefatto sia effettivamente un 'nuovo modello
architettonico' consegnata da Roma alla storia e alla civiltà
[3].
A tal fine la nostra ricerca ha cercato di prendere in esame il maggior
numero possibile di ponti antichi: circa 1560. Fra questi 166 sono preromani
(egizi, assiro-babilonesi, egeo-cretesi, micenei, greci, etruschi,
palafitticoli, celtici), 1270 circa sono ponti romani, 40 appartengono al
periodo protobizantino, mentre i rimanenti sono di altre aree o epoche. A
completamento di questa ampia indagine è stato preso in considerazione anche
un grande numero di altri sistemi di attraversamento di ostacoli naturali
(che anticipano spesso la presenza di ponti veri e propri), come i guadi, i
traghetti, i pontes longi, i pontes tumultuarii, offrendone un
opportuno elenco [4].
È opportuno innanzi tutto parlare dei guadi. Nelle nostre indagini abbiamo
cercato il famoso guado in corrispondenza dell'Insula Tiberina,
ma invano. Le fonti antiche (e soprattutto Dionigi d'Alicarnasso)
[5]avevano già detto che Roma non aveva avuto alcun guado sul Tevere,
un fiume che soprattutto in età romana era guadabile soltanto in casi
eccezionali: le sue rive erano troppo alte e la corrente fluviale presentava
grandi difficoltà a causa della sua larghezza, della sua rapidità e della
sua profondità. In poche parole il guado era di solito impossibile. Né
nel Tevere a Roma è stata rinvenuta alcuna traccia di 'pavimentazione'
(di legno, di pietra o d'altro) o comunque di una qualsivoglia 'preparazione'
che è quasi sempre presente in un guado frequentato. È probabile pertanto
che a valle dell'Insula Tiberina, dove il letto fluviale era ampio
e, di conseguenza, sarà poi costruito il Pons Aemilius (fig. 1),
si trovasse un 'traghetto' che permetteva di attraversare il Tevere giusto
in corrispondenza del Forum Boarium all'altezza del tempio del
dio Portunus [6] .
In ogni caso numerosi esempi in tutto il mondo romano testimoniano che
guadi e traghetti si trovavano o erano in unione con ponti di galleggianti,
di legno, di muratura o misti [7].

Singolari novità presentano pure i ponti di galleggianti (di zattere, di
botti, di otri, di barche o navi). Fra tanti tipi prendiamo ora in considerazione
soltanto i ponti di barche o navi. Si osserva come i ponti preromani di
navi (soprattutto quelli dell'epoca classica) siano stati lanciati con
una tecnica del tutto differente da quella utilizzata dai Romani (almeno
in età tardorepubblicana e imperiale). Infatti gli Assiri, i Persiani
e i Greci dell'epoca classica lanciavano ponti di navi formati da imbarcazioni
accostate tra loro e ancorate alle sponde, mentre l'impalcato era costituito
da traverse di legno a sostegno di un piano di calpestìo artificiale,
come nel caso dei due ponti lanciati da Serse sull'Ellesponto nel 480
a.C.; i Romani invece (soprattutto in età imperiale) lanciavano ponti
di navi di tipo moderno secondo le modalità dette o 'per navi successive',
o 'per parti', o 'per conversione': una caratteristica tipica e comune
a tutti questi tre tipi di ponti di navi era la presenza di imbarcazioni
distanziate e collegate le une alle altre da pontoni e tiranti, le quali
erano mantenute in linea per mezzo di corde o gomene con le estremità
ancorate ad argani posti sulle rive. Ora quest'ultimo ancoraggio poteva
essere realizzato anche da blocchi di pietra o di calcestruzzo posti sulle
rive del corso d'acqua attraverso il quale si sviluppava il ponte di barche
o navi, soprattutto se il ponte doveva essere non provvisorio, ma perenne,
e il fiume era di media o imponente grandezza: in questi ultimi casi l'esigenza
di dare un aspetto gradevole ai blocchi di ancoraggio poteva talora portare
a rimpiazzarli con 'archi onorari di ancoraggio' analoghi o simili a quelli
che appaiono sulle spalle dei ponti di barche o navi lanciati sul Danubio
che noi osserviamo sulla Colonna di Traiano a Roma, o ancora simili ai
due archi onorari che noi vediamo nel mosaico della statio 27
del Piazzale delle Corporazioni a Ostia, in cui pare che sia raffigurato
il ponte di navi sul Rodano che stava sicuramente ad Arles (fig. 2). Si
tratta dunque in questi casi di un 'nuovo tipo di arco onorario' che sembra
sia sfuggito o sia stato mal interpretato nel suo preliminare significato
tecnico dagli archeologi e dagli storici dell'arte
[8].

Ma vi è di più: l'assemblaggio o compaginatio del ponte di barche
o navi era coadiuvato da un parapetto di legno a transenna (cancellorum
tutamen), la cui forma ripete sempre un medesimo modulo di tipo che
potremmo definire 'reticolare': il suo scopo, infatti, era non solo quello
di proteggere chi attraversava il ponte, ma anche quello di rinforzare
l'impalcato ligneo di calpestìo, giocando così un ruolo simile alla moderna
'trave reticolare di ferro' [9].
Tutte le possibilità sono state inoltre sperimentate dai ponti romani di
legno, cioè dai pontes lignei in generale, o dai pontes sublicii
in particolare. I ponti 'a cavalletti', ad esempio, trovano la loro migliore
realizzazione come artefatti stabili nel ponte di Cesare sul Reno, mirabilmente
descritto dal conquistatore della Gallia (figg. 3 a - 3 b): basti pensare
che egli, tra l'altro, usa ben tre verbi differenti per indicare le tre
distinte operazioni necessarie per mettere in opera un solo palo o una
sublica (o un tignum). Infatti utilizza il termine inmittere
per segnare l'immissione di un palo dentro la veloce corrente del Reno,
defigere per indicare la sua prima penetrazione nel letto del fiume
per mezzo di macchine (cum machinationibus), e infine adigere
per esprimere l'atto d'infiggere il palo alla profondità voluta a colpi
di battipalo (festucis): nessun ingegnere o architetto contemporaneo
avrebbe potuto essere più preciso.

D'altra parte anche la Colonna di Traiano ci presenta vari ponti di legno,
mostrando chiaramente molti altri tipi di pontes sublicii (cioè
con impalcato di legno su palate) in una grande varietà di forme soprattutto
in riferimento alle palate-sublicae
[10], come possiamo facilmente notare negli otto esempi segnalati
nell'allegata illustrazione grafica (fig. 4). Degno di nota per la sua
imponenza era soprattutto il Ponte di legno sul Reno a Coblenza con stilate
o palate (sublicae) a 3 file trasversali a sostegno di un impalcato
con parapetti a transenna di tipo 'reticolare a croce decussata o di Sant'Andrea'
sostenuto da travate con opportuni saettoni di rinforzo (fig. 5).

Ma sono i ponti 'misti' gli artefatti di attraversamento che offrono gli
esempi più imponenti e straordinari di impalcati di legno del mondo romano
(fig. 6). Era questo il caso, ad esempio, del Ponte sul Reno a Magonza
con campate di legno a travata reticolare di tipo 'a centina poligonale
a sbalzo' (o 'a centina a poligonali inscritti'), o, meglio ancora, del
Ponte di Traiano sul Danubio, una vera meraviglia del genio romano (fig.
7): questo ponte, infatti, lungo 1135 m aveva 21 travate di legno con
una luce di 32,56 m (ma di circa 50 m tra due interassi) imitando archi
policentrici, di tipo 'ad arconi sovrapposti, che poggiavano su 20 pile
di muratura. Ma più spettacolare ancora doveva essere la sua copia quasi
raddoppiata in lunghezza, cioè il Ponte di Costantino sul Danubio presso
Sucidava, che toccava la meravigliosa lunghezza di ben 2437 m,
in realtà il più lungo ponte mai costruito dai Romani su un fiume. Ora
tutti questi ponti 'misti' presentavano una concezione e una messa in
opera del tutto moderna, soprattutto per la presenza di archi di legno
a traliccio di tipo piuttosto semplice, o per la messa in opera di grandi
archi sovrapposti e assemblati tra loro da elementi radiali
[11].

Di ben altra evidenza mostrano invece di essere i ponti romani di muratura,
pressoché gli unici che siano giunti fino a noi
[12](fig. 8). La loro importanza va ben oltre al fatto che sono opere
di attraversamento: essi infatti sono, in particolare, strutture intimamente
collegate con l'architettura e con la sua storia, sia per la manipolazione
dei materiali e per le tecniche della loro posa in opera, sia per l'utilizzazione
di ogni possibilità offerta dall'arco, sia per la 'monumentalità' delle
loro strutture. Quest'ultima poi va dal piccolo ponte come quello detto
Pont-Flavien a Saint-Chamas in Francia meridionale, o da quello spettacolare
detto 'Pondel' in Val d'Aosta (fig. 9), fino allo straordinario Ponte
sulla Guadiana a Mérida, lungo m 788,95 (ma in origine circa m 832)
[13], il più lungo ponte di pietra di tutto il mondo romano, senza
dimenticare l'ampia serie di realizzazioni intermediarie che comprendono:
sia gli esemplari ponti di Roma (imitati poi dai costruttori di tutte
le moderne nazioni occidentali e soprattutto dagli architetti dell'Italia,
della Francia e della Spagna) (figg. 1, 10, 12, 26); sia i moderni e arditi
ponti di Padova e di Vicenza (modelli inimitabili per i ponti di Andrea
Palladio e per quelli delle sue ville); sia l'impressionante Ponte-Viadotto
di Augusto a Narni (sorprendente costruzione di attraversamento imitata
dagli autori dei trattati rinascimentali) (fig. 13); sia il Pont-Julien
a Bonnieux presso Apt e i ponti di Boisseron e di Sommières nella Gallia
Narbonensis (tutti indispensabili e necessari modelli per l'Académie
Royale d'Architecture e soprattutto per il 'Corps des Ponts-et-Chaussées');
sia infine il ritmico Ponte di Salamanca (fig. 11) e l'incredibilmente
grandioso Ponte di Alcántara sul Tago in Spagna (figg. 14-15), ovvero
lo spettacolare Ponte di Kâhta vicino all'Eufrate in Turchia con un'arcata
a pieno centro di ben m 34,20 di luce e una decorazione ancora quasi intatta
(fig. 16), o ancora il vicino Ponte sul Singas (fig. 30) con allineamento
ad angolo retto, visto come opera meravigliosa dai Bizantini e considerato
nel mondo islamico quale una delle 4 meraviglie del mondo (ma già Plinio
il Vecchio parlava dei ponti considerandoli tra i miracula ed enumerandoli
tra le meraviglie di Roma) [14].

Per comprendere tutti questi ponti di muratura (e innumerevoli altri che
per brevità tralasciamo di citare), bisogna partire dai materiali e dalla
loro messa in opera. A un attento esame, si può dire che quasi tutte le
tecniche costruttive antiche sono state utilizzate in tal classe di ponti
(l'apparecchio ciclopico, poligonale, trapezoidale, o il frequente opus
quadratum, oppure il meno diffuso opus incertum, quasi
reticulatum, reticulatum, vittatum, testaceum, o
ancora l'onnipresente opus caementicium sia nella frequente variante
dell''opera a sacco' o blocage damé come riempimento del nucleo, sia
nella più rara forma del blocage banché, senza dimenticare l'impiego
secondario dell'opus signinum e dell'opus tectorium). Ma tutte
queste tecniche sono rispettate soltanto nelle loro linee generali: in
ultima analisi si può dire che esse sono in realtà soltanto dei punti di
riferimento, perché la varietà dei materiali finisce per condizionare non
solamente la tecnica, ma anche lo stesso apparecchio scelto per la messa in
opera, giungendo quasi sempre a trasformare il ponte in un organismo
autonomo con una sua individualità, anche se noi vediamo gruppi di ponti tra
loro simili, che danno luogo a una medesima tipologia che può essere dettata
o dagli stessi materiali e dalla loro messa in opera, o dalla presenza dei
medesimi costruttori, o da somiglianti condizioni generali di cantiere e di
manodopera, oppure da una stessa committenza
[15].
Straordinarie sono in ogni caso le esperienze tecniche e architettoniche
realizzate dagli architetti e dagli ingegneri romani ad opera dei ponti di
muratura.
Innanzi tutto vediamo le fondazioni: esse sono quasi tutte attestate. In
effetti noi abbiamo fondazioni isolate o continue, dirette (12 tipi) o
indirette (6 tipi, di solito su palificate di costipamento semplici o
'a graticcio' o 'a racineau' con pali rinforzati quasi sempre nella punta
da puntazze di ferro a più linguette e con la testa difesa da un tavolato
che trasmette i carichi soprastanti) (fig. 17); abbiamo poi fondazioni
idrauliche con o senza prosciugamento (8 tipi) che utilizzano ture o paratìe
stagne semplici (fig. 18) o doppie, oppure cassoni stagni a doppia paratìa,
ovvero cassoni ad immersione, o palificate a graticcio aventi funzione
di cassoni (fig. 19); o ancora incontriamo fondazioni dirette o indirette
con platea di fondazione parziale o generale (di 3 tipi)
[16].

Di diversa tipologia sono pure gli appoggi o piedritti dei ponti, cioè
le pile, le spalle e le pile-spalle, tutte parti di sostegno che trasmettono
alle fondazioni le spinte e i carichi generati dalla struttura: per evitare
che subiscano danni tali piedritti sono spesso difesi da rostri (avambecchi,
retrobecchi) di varia forma che possono essere a pianta triangolare, semicircolare,
arrotondata, rettangolare, trapezoidale, ad ogiva, talora con terminazione
superiore piana, spesso con copertura detta 'cappuccio' (fig. 20). Queste
strutture di difesa salgono generalmente fino al livello della nascita
dell'arco, ma esse possono pure raggiungere il parapetto. Non mancano
tuttavia in qualche caso 'pali guardiani' (crèches) o 'scogliere
di protezione' a difesa del piede delle pile, o dei veri contrafforti
che salgono a vari livelli a rinforzo e a difesa sia delle spalle, sia
delle pile o delle pile-spalle. Si può anzi dire che l'assenza dei rostri
è, di solito, tipica nei piedritti dei ponti-viadotti, come noi chiaramente
vediamo nel celebre Ponte-Viadotto di Nona, o nell'imponente Ponte-Viadotto
di Augusto a Narni, o ancora nel Ponte-Viadotto Ronaco a Sessa Aurunca
(fig. 21), anche se notiamo una tale assenza anche in ponti interessati
da un intenso traffico fluviale, come, ad esempio, nei ponti posti sul
fiume Aniene (Ponte Lucano, Ponte Mammolo, Ponte Salario, Ponte Nomentano),
tutte strutture di attraversamento implicate nel trasporto fluviale di
travertino su imbarcazioni da carico
[17].

Ma il trionfo dell'architettura romana è celebrato dall'arco, o meglio,
dalle volte (da intendere come le principali strutture di collegamento
e di trasmissione dei carichi a disposizione dei Romani), membrature arcuate
di conci a cuneo (o cunei) che le più diverse situazioni di attraversamento
(d'un braccio d'acqua, o di altri ostacoli) offerte dai ponti o dai ponti-viadotti
(come pure dagli acquedotti) hanno portato a esprimersi in tutte le loro
possibilità [18](fig. 22).

Ora nelle arcate dei ponti romani noi incontriamo pressoché tutte le
esperienze affrontate nel mondo antico dall'arco e dalla volta di muratura
(di pietra, di calcestruzzo, di mattoni cotti o di altri materiali). Anzi la
loro stessa messa in opera obbligò i Romani a servirsi di strutture assai
differenti (ma in larga parte 'provvisorie'): tra esse noi ricordiamo le
cèntine lignee sia a sbalzo, sia fisse o semifisse, tanto appoggiate con le
loro numerose incavallature sulla superficie superiore in aggetto dei
piedritti o sulla cornice d'imposta delle arcate, quanto ancorate in cavità
o mensole situate o a livello del piano d'imposta, oppure, più raramente, a
partire dai giunti di scorrimento alle reni, dove vediamo che talora
venivano posti dei cunei in aggetto o delle cavità d'appoggio per trovare un
ancoraggio [19].
Una volta poi tolte le cèntine dopo aver dato forma alle arcate, queste
erano pronte a sostenere le rimanenti soprastrutture, cioè i timpani (di
riempimento tra le arcate) e il piano di calpestìo. Per rispondere a questo
scopo, le arcate prendevano nei ponti le forme più diverse. Noi infatti
incontriamo arcate rette o oblique, con piani d'imposta paralleli o
lievemente convergenti, sia orizzontali, sia obliqui o inclinati. Per quanto
riguarda poi il profilo incurvato dell'intradosso (o 'sesto'), noi abbiamo
archi a tutto sesto o con volta a botte (erano queste le arcate privilegiate
per il loro equilibrio statico), ma molto numerosi erano pure i ponti con
arcate a sesto ribassato (talora fino alla piattabanda), o con arcate a
sesto rialzato, o policentriche, ovvero i ponti con arcate ellittiche o
paraboliche o 'rampanti', senza dimenticare ancora l'arcata conoidica, o a
botte e lunettata, o infine l'arcata a sesto acuto o ogivale che noi
troviamo per la prima volta nel Ponte protobizantino della Caverna Nera nell'Anatolia
Centrale non lontano dall'Eufrate
[20].
Ma se noi consideriamo, più in particolare, gli 'sviluppi' dei diversi
tipi d'arco nelle volte o nelle arcate, allora nei ponti noi incontriamo
arcate con apparecchio diritto (ed è la maggioranza dei casi), o con apparecchio
'obliquo', come nel Ponte Fonnaia a Massa Martana in Umbria, ovvero con
apparecchio 'a più anelli retti, paralleli ed accostati' come noi vediamo
nei ponti di Boisseron e di Sommières (fig. 23) o nel Ponte di Vaison-la-Romaine
(fig. 24/1), oppure 'a più anelli retti, paralleli ed indipendenti' (à
doubleaux lorrains), sia con interposizione di opera cementizia tra
gli anelli come si può vedere nella rispettiva arcata del Ponte di Pont-Saint-Martin
e del Ponte di Saint-Vincent in Valle d'Aosta, sia con lastre sovrapposte
tra gli anelli come nel Ponte di El Kantara in Algeria (fig. 24/2)
[21]. Vi erano poi ponti con arcate a rotolo (o spessore) semplice
simmetricamente caricato (ed è la stragrande maggioranza dei casi), ma
noi troviamo pure ponti (soprattutto se sono di mattoni) che hanno arcate
con apparecchio a due rotoli sovrapposti, successivi e concentrici come
nel Ponte-Viadotto presso le Terme di Agnano in Campania (fig. 25/1),
ovvero, nel Ponte Catena a Cori (di pietra), una arcata sembra essere
a 3 rotoli sovrapposti di cunei
[22].

In rapporto alle loro funzioni, le arcate mostrano una grande varietà. Si
incontrano ponti con una sola arcata costruita su modesti corsi d'acqua,
oppure, più raramente, gettata orgogliosamrente su rive a strapiombo o su
precipizi. Vi sono poi ponti o ponti-viadotti ad arcate in serie continua (opus
arcuatum) che presentano due o più arcate della medesima grandezza come
nel Ponte di Salamanca (fig. 11), o arcate differenti come nel Ponte di
Alcántara (fig. 14), oppure arcate distinte in più tronconi come nel Ponte
sulla Guadiana a Mérida, dove sfruttando la presenza di un'isola, all'incirca
simile a quella di Roma, il ponte attraversa il fiume per mezzo di 60 arcate
di pietra suddividendosi in 3 tronconi
[23]. Singolare è pure la frequente presenza su una o due spalle dei
ponti (in genere a più arcate) di una o più arcatelle o volte dette 'sussidiarie',
il cui scopo è di scaricare i carichi delle soprastrutture e di risparmiare
materiali e denaro, permettendo in molti casi di lasciar passare pedoni,
animali e veicoli attraverso esse, lungo un percorso utilizzato anche per
l'alaggio: è assai probabile che questa situazione fosse anche quella dei
ponti di pietra a Roma [24].
Si potrebbe ancora parlare dei ponti 'in pendenza' a più arcate (fig. 25/1),
o dei ponti-viadotti a più arcate disposte su due o tre ordini sovrapposti
(e in questi casi con arcate dette di controventamento), ovvero di ponti
che si ispirano all'esempio degli acquedotti, o infine dei ponti particolari
costruiti su un braccio di mare, come quello 'marino' presso Torre Astura
in provincia di Roma (fig. 25/2), tutte opere con sottostrutture, appoggi
e arcate che pongono numerosi problemi che in queste sede per brevità
non vengono esposti in dettaglio
[25].

Poche parole pure sui 'timpani', membrature formate dai rinfianchi, il
riempimento e i muri di testa dei ponti stessi (fig. 26). Tali membrature
infatti possono presentare sopra le pile degli 'occhi' o 'finestre' per
aumentare il deflusso delle acque e lo scarico dei pesi: queste 'aperture'
o 'vuoti di alleggerimento' erano semplicemente rettangolari come nel
Pont Ambroix o nel Ponte di Boisseron, ovvero essi erano sormontati da
un arco a tutto sesto come vediamo in diversi ponti della repubblica soprattutto
a Roma e in Italia (figg. 1, 10, 25/2), o nel primo secolo dell'impero
particolarmente in Francia (Pont-Julien presso Apt, Ponte di Sommières)
e in Spagna (Ponte sulla Guadiana a Mérida, Ponte di Villa del Rio, Ponte
di Luco de Jiloca). Ora sembra che queste 'finestre' fossero più di scarico
dei pesi che di deflusso delle acque, perché nei ponti orientali tardoantichi
(protobizantini) noi troviamo chiaramente delle 'finestre' mascherate
dai muri di testa dei timpani, mentre i vuoti interni delle finestre corrispondono
o a camere trasversali, o ad aperture longitudinali (fig.27), secondo
una tecnologia assai moderna e attenta al solo scarico dei pesi
[26].

A conclusione e a difesa di queste strutture di sostegno del ponte di
muratura noi troviamo infine le 'cornici di coronamento', che sono sovente
delle semplici assise in aggetto: esse indicano il livello del piano di
calpestìo (e pertanto della carreggiata), mostrando in molti casi di far
parte dei marciapiedi per i pedoni, se non della carreggiata stessa (più o
meno pavimentata). Quanto alle caratteristiche di quest'ultima, essa può
presentare analogie strutturali simili alla massicciata stradale che giunge
o esce dal ponte, e una pendenza o due contropendenze piuttosto leggere,
anche se noi abbiamo casi di ponti con il livello di calpestìo 'inflesso' o
'a catenaria', come nel Ponte Milvio a Roma o nel Ponte-Viadotto Ronaco a
Suessa Aurunca [27]. In
ogni caso in un ponte le cornici di coronamento sostengono quasi sempre i
parapetti, che possono presentarsi sia in forma piena di pluteus di
muratura (di pietra, di mattoni cotti, di calcestruzzo), sia in forma
traforata di transennae (di pietra, di metallo, di legno), o di
cancelli (di metallo o di legno)
[28].
Si può infine osservare che la larghezza del piano di calpestìo (carreggiata
ed eventuali marciapiedi) dei ponti romani era frequentemente vicina a metri
5, al fine di permettere l'incrocio di due veicoli carichi: ma vi sono
numerose eccezioni in più o in meno. In alcuni casi poi il piano di
calpestìo presentava delle 'piazzuole di sosta o di smistamento' per i
veicoli che si incrociavano [29].
Ma a questo punto del programma di costruzione la messa in scena del ponte
è terminata e il suo allineamento nel territorio spesso 'diritto', talora
'obliquo', 'convergente' o 'ad S slargata' (fig. 28), ovvero, più raramente
ancora, 'ad Y' (fig. 29), 'ad angolo retto' (fig. 30) o 'ad angolo ottuso',
oppure con allineamento 'incurvato', 'ad esedra' od 'ondeggiante', finirà
di segnare per sempre il paesaggio circostante
[30].

L'arredo, infine, completerà il lavoro di abbellimento del ponte: rilievi,
statue su piedistalli o su colonne, altari, nicchie, pseudoedicole, piccoli
templi, archi onorari, colonne o colonnati, simboli sacri o a carattere
apotropaico e propiziatorio, o con intenzioni celebrative e dinastiche, come
notiamo, ad esempio, sul celebre Ponte di Augusto (o di Tiberio) a Rimini,
daranno dignità e 'magnificenza' al ponte, senza dimenticare altri elementi
di decorazione pubblica che ne illustreranno il significato. Infine per
suggellare tutte le operazioni riguardanti la 'vita di cantiere' e per
sottolineare il trasferimento delle responsabilità giuridiche dai
costruttori ai committenti, era abitudine porre nei casi più significativi
una o più iscrizioni sul ponte o nelle sue vicinanze, mentre si procedeva a
una cerimonia di inaugurazione [31].
E così qualsiasi tipo di ponte (di galleggianti, di legno, di muratura o
misto), creando un legame tra due rive, due territori, finiva per rendere
evidenti le rive, riunendo la terra come regione attorno al fiume su cui era
costruito. Ora questa struttura di attraversamento (talora di materiale
'perenne') realmente mostrava di 'riunire gli uomini', permettendo loro di
passare da una terra a un'altra: lo stesso 'costruire' un ponte rientrava
dunque pienamente nell''abitare' dell'uomo. In ogni caso il suo condurre gli
itinerari umani (frequentemente esitanti ed affrettati) verso l'altra riva,
induceva simbolicamente a pensare all''altra parte', all'Aldilà, al cielo,
al divino, la cui presenza, presso gli antichi, era esplicitamente
considerata e visibilmente ringraziata per la stessa 'sacralità' dell'acqua,
anche quando il sacro sembra essere misconosciuto o addirittura messo da
parte. Il ponte infatti agli antichi appariva 'in forma esemplare' e quasi
'tattilmente' un passaggio da uno stato a un altro, finendo per divenire un
luogo-simbolo esplicito di due stati differenti dell'essere, sicché esso
mostrava di avere qualcosa di metaforico e di soprannaturale. Per tutti
questi motivi esso sembrava andare molto oltre il suo stato di 'oggetto
concreto', o di 'istituzione edilitaria', dichiarando il suo carattere
intimamente 'catastrofico' (in senso etimologico), cioè di luogo-simbolo e
di punto critico di termini opposti e in conflitto tra loro
[32].
Da ciò il suo carattere 'sacro' e al tempo stesso 'sacrilego', il suo
essere pervius e invius come Giano, il suo legame (da
interpretare) con i pontifices aventi mansioni sacre e profane, la
sua inevitabile presenza storica e simbolica in Roma (con il Pons
Sublicius e Orazio Coclite) nel momento del trapasso istituzionale dal
regno alla repubblica, il suo specificarsi (soprattutto in età
tardorepubblicana e imperiale) come exemplum virtutis, speculum
Populi Romani, propugnaculum Imperii Romani in opposizione alla
barbarie e ai suoi pericoli, il suo presentarsi quale scena privilegiata di
conflitti legati sia alla vita che alla morte degli uomini
[33].
In realtà se il ponte ha da sempre come caratteristica essenziale quella
di essere una 'struttura architettonica collegante' per eccellenza, un'opera
che presenta 'visibilmente' una 'volontà di connessione', mostrando di
essere un 'luogo' garante delle relazioni tra gli uomini e, nello stesso
tempo, un 'evento unificante' del paesaggio, polo coordinatore degli spazi
territoriali e dell'organizzazione urbana, tuttavia esso diventa, anche (e
soprattutto) presso i Romani, metafora della vita, espressione di differenti
od opposti stati dell'essere, se non del vivere e dell'abitare: riconducendo
tutto ad unità, esso si proponeva infatti non solo come momento edilizio
essenziale di coordinazione del territorio, ma anche come simbolo eterno dei
valori unificanti e universali della Romanità.
Note:
Le fotografie sono dell'autore. I disegni sono dell'architetto Igino
Marangon in collaborazione con l'autore (Galliazzo 1994, 1995:
passim).
[1]L'ampio scenario dei ponti
romani e la loro complessa problematica sono stati oggetto di una mia
ricerca durata più di 20 anni che ha avuto come esito una pubblicazione di 2
volumi pubblicati negli anni 1994-1995, ai quali, per brevità, facciamo
riferimento anche per la precedente bibliografia. Più in particolare si cfr.:
V. Galliazzo, I ponti romani, vol. I. Esperienze preromane, storia,
analisi architettonica e tipologica, ornamenti, rapporti con l'urbanistica,
significato, Treviso 1995, pp. I-XXXI, 1-763 (= Galliazzo 1995); I
ponti romani, vol. II. Catalogo Generale, Treviso 1994, pp. 1-447
(= Galliazzo 1994): qui sono analizzati e segnalati 931 ponti con numeri
progressivi e ad essi farò riferimento per le referenze bibliografiche. La
'Presentazione' di tutta l'opera è del prof. Raymond Chevallier a cui vanno
i miei più vivi e cordiali ringraziamenti e la mia più sentita riconoscenza.
Sui ponti, da ultimi, si cfr.: C. O' Connor, Roman Bridges,
Cambridge 1993; L. Fernández Troyano, Tierra sobre el agua, Visión
histórica universal de los puentes, Madrid 1999; M. Durán Fuentes,
Análisis constructivo de los puentes romanos, in I Congreso sobre las
Obras Publicas romanas en Hispania, Mérida 114, 15 y 16 de noviembre de
2002, s.l. 2002, pp. 23-45.
[2]Su Apollodoros di
Damasco si cfr.: Galliazzo 1994, num. 646; Galliazzo 1995, pp. 75 s., 94,
191, 194, 200, 202, 266, 304, 325, 550, 617 nota 181, 636 nota 418. Su
Gaius Lucius Lacer si cfr.: Galliazzo 1994, num. 754; Galliazzo 1995,
pp. 75, 194 s., 267, 503 (didascalia a fig. 178), 520, 522, 527 s., 540
(urna), 596, 652 nota 646.
[3]Tutti questi aspetti sono
trattati in: Galliazzo 1995.
[4]Sui ponti romani per lo
più di muratura si veda il Catalogo generale in: Galliazzo 1994; sui ponti
preromani e sui sistemi di attraversamento differenti dai ponti veri e
propri si cfr. rispettivamente: Galliazzo 1995, pp. 3-52, e 155-78.
[5]Antiq. 9,68,2 e
Galliazzo 1995, p. 56.
[6]Su tutti questi problemi
si cfr.: Galliazzo 1995, pp. 55-57, 131-32. Sul Pons Aemilius:
Galliazzo 1994, num. 5.
[7]Si cfr.: Galliazzo 1995,
pp. 164-65, 169-70.
[8]Si cfr.: Galliazzo 1995,
pp. 14-20 (sulla tipologia dei ponti di barche o navi preromani soprattutto
persiani), 307-315 (sui ponti di barche o navi romane). Sul Ponte di barche
ad Arles: Galliazzo 1994, num. 492 e Galliazzo 1995, pp. 134 nota 60, 180,
206, 257 s., 278, 310 s., 315, 506, 529 s., 535, 544, 574, 584, 614 nota
136, figg. 87-88. Sugli 'archi onorari di ancoraggio': Galliazzo 1995, p.
529 s.
[9]Sul problema si cfr.:
Galliazzo 1995, pp. 311-12, 488 ss.
[10]Si cfr.: Galliazzo
1995, pp. 65-67, 316-326, figg. 30-32.
[11]Sui ponti 'misti':
Galliazzo 1995, pp. 326-27, altri sub voce a p. 716. Sul Ponte di
Traiano e su quello di Costantino sempre sul Danubio: Galliazzo 1994,
rispettivamente numeri 646, 645.
[12]In generale: Galliazzo
1995, pp. 328-516.
[13]Si cfr.: Galliazzo
1994, numeri 494 (Pont-Flavien), 420 (Pondel), 748 (Mérida).
[14]Si cfr.: Galliazzo
1994, numeri 1-9 (Roma), 410 (Narni), 431-436 (Padova), 459-460 (Vicenza),
539 (Pont-Julien), 510 (Boisseron), 504 (Sommières), 703 (Salamanca), 754
(Alcántara), 824 (Kâhta), 835 (Ponte sul Singas). Sui ponti romani
come modelli nel mondo occidentale: Galliazzo 1995, pp. 108-116. Su Plinio:
nat. 36,125.
[15]Sui materiali e sulle
tecniche nei ponti: Galliazzo 1995, pp. 206-256.
[16]Sulle fondazioni:
Galliazzo 1995, pp. 333-48.
[17]Sui piedritti del ponte
di muratura: Galliazzo 1995, p. 349-76. Sui ponti citati: Galliazzo 1994,
numeri 29 (Nona), 410 (Narni), 232 (Sessa Aurunca), 21, 32, 33, 76 (ponti
sull'Aniene).
[18]Sull'arco e le arcate:
Galliazzo 1995, pp. 377-447.
[19]Sulle cèntine:
Galliazzo 1995, pp. 397-402.
[20]Si cfr.: Galliazzo
1995, pp. 409-33 e p. 92 con fig. 39 sul Ponte della Caverna Nera.
[21]Si cfr.: Galliazzo
1995, pp. 432-34. Sui ponti: Galliazzo 1994, numeri 397 (Massa Martana), 510
(Boisseron), 504 (Sommières), 427 (Pont-Saint-Martin), 428 (Saint-Vincent),
879 (El Kantara).
[22]Su tali tipi di ponti:
Galliazzo 1995, pp. 434-37. Sul Ponte Catena: Galliazzo 1994, num. 112 (Cori).
[23]Si cfr.: Galliazzo
1994, numeri 703 (Salamanca), 748 (Mérida), 754 (Alcántara). Sulle arcate:
Galliazzo 1995, pp. 437-40.
[24]Sulle 'arcatelle
sussidiarie': Galliazzo 1995, pp. 292, 294, 354, 371, 438 ss., 447, 561 ss.,
564 s., 597, figg. 110, 119, 126, 146, 190.
[25]Si cfr.: Galliazzo
1994, num. 82 (Torre Astura); Galliazzo 1995, pp. 440-44.
[26]Sui 'timpani':
Galliazzo 1995, pp. 91-98 (ponti protobizantini), 448-469; sul ponte
romano-bizantino detto Guverçin Köprü: pp. 97-98, fig. 42. Sui ponti citati
con 'finestre': Galliazzo 1994, numeri 5 (Ponte Emilio), 6 (Ponte Fabricio),
17 (Ponte Milvio), 82 (Torre Astura), 456 (Verona, Ponte Pietra), 504 (Sommières),
510 (Boisseron), 514 (Pont Ambroix), 539 (Pont-Julien), 658 (Villa del Rio),
686 (Luco de Jiloca), 748 (Mérida).
[27]Galliazzo 1994, numeri
17 (Ponte Milvio), 232 (Sessa Aurunca). Sulle 'cornici di coronamento':
Galliazzo 1995, pp. 469-74.
[28]Sui parapetti:
Galliazzo 1995, pp. 488-98.
[29]Sulla carreggiata che
sta sui ponti si cfr.: Galliazzo 1995, pp. 475-88, 498-513, 513-16
('piazzuole' e pendenze).
[30]Sull'allineamento
longitudinale di un ponte: Galliazzo 1995, pp. 298-99.
[31]Sull'arredo dei ponti:
Galliazzo 1995, pp. 517-48. Sul Ponte di Rimini: Galliazzo 1994, num. 249.
[32]Sul significato del
ponte: Galliazzo 1995, pp. 591-601.
[33]Su questi aspetti si cfr.:
Galliazzo 1994 num. 9 (Ponte Sublicio); Galliazzo 1995, pp. 591-601.
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